Che cos’è che ci fa arrossire al momento di parlare in pubblico, balbettare davanti al lui o alla lei su cui vogliamo far colpo, rompere un bicchiere nel bel mezzo di una cena formale, tremare di fronte al capo a cui stiamo chiedendo un aumento? Cos’è che, insomma, ci rende goffi nelle situazioni in cui invece si richiederebbe da noi la massima disinvoltura? La timidezza è una strana “malattia”, come racconta in questo saggio coraggiosamente autobiografico il romanziere Philippe Vilain. Tormentato fin da ragazzo da un’invincibile timidezza, Vilain conduce il lettore in un viaggio attraverso la grande letteratura del passato e i suoi ricordi personali, senza censure e senza la paura di svelare perfino le proprie piccole meschinità, ma riuscendo a mettere in luce anche gli aspetti positivi e l’inaspettato valore di un sentimento in realtà molto diffuso. Solo chi è timido, cioè abituato a scrutare sempre a fondo se stesso e chi gli sta accanto, è capace di capire veramente gli altri, coglierne immediatamente le debolezze, ma anche le qualità. Questo nuovo “male del secolo” – suggerisce Vilain – non è quindi da vedersi in un’ottica solo negativa, come un difetto, un ostacolo al successo nel mondo, ma anche come una risorsa, una marcia in più che aiuta a comprendere cose che ai non-timidi sono precluse. E così che la timidezza può diventare una “meravigliosa disgrazia”.
Philippe Vilain è autore di numerosi romanzi pubblicati in Francia da Gallimard, Grasset e Laffont. In Italia, i suoi libri sono editi da Gremese, tra cui Falso padre, Non il suo tipo (adattato per il cinema da Lucas Belvaux), La moglie infedele, La ragazza dalla macchina rossa, Un mattino d’inverno, Napoli mille colori e Pupetta. Dirige la collana Narratori francesi contemporanei di Gremese e ha firmato diversi saggi e curatele, con particolare attenzione al rapporto tra scrittura e identità.