Una favola. Una sacra rappresentazione. Un mistero impenetrabile. Alla radice di tutto c’è Strindberg, e un suo dramma lasciato per tanto tempo in ombra, Pasqua. Un copione scritto alla fine del 1900, ulteriore interrogazione dell’Autore sul tema del Delitto e del Castigo, sulle motivazioni di ogni esistenza umana. È un gesto di riattenzione dovuta, la proposta odierna di un’opera scorrevolmente qui “ristrutturata” da Nico Garrone immettendo nei retaggi letterari delle traduzioni precedenti una concretezza naturalistica non priva di rimandi simbolici.
A propiziare questa messa a fuoco intrigante nel quadro di un più canonico repertorio strindberghiano, è l’allestimento specifico di Pasqua programmato dalla compagnia Teatroinaria. L’irruzione dello spirituale alimenta il calvario di una famiglia su cui grava l’onta della disonestà di un padre che ha conosciuto il carcere e ha generato un potenziale creditore minacciante le sorti espiatorie dei due figli.
Il testo concepito da Strindberg, a differenza di altri suoi drammi, culmina con un lieto fine, con una remissione dei peccati. Pasqua risente anche della filosofia nietzschiana dell’Autore, e di una nordicità che oggi noi paragoniamo ai paesaggi dei miracoli inquietanti di Dreyer.
AUGUST STRINDBERG (1849-1912), autore svedese di una cinquantina di testi per la scena, di scritti letterari e autobiografici, manifestò un temperamento agitato a causa di un’infanzia difficile, ed esordì in teatro nel 1872, con Mastro Olaf. Tra i suoi lavori più universali, Il padre (1887), La signorina Giulia e Creditori (1888), Verso Damasco (1898), Danza di morte (1901), Il pellicano e Temporale (1907).